Contratto Lavoro

Il Pubblico Impiego e il nuovo articolo 18

Non c’è ancora una risposta definitiva al titolo del post ma secondo la Corte di Cassazione anche nel pubblico impiego devono essere previste le tutele crescenti e il nuovo articolo 18.

Tutto è nato dalla sentenza n. 24157 del 2015 che coinvolge un consorzio pubblico siciliano. La decisione presa dalla Cassazione non è poi così importante, ciò ciò che conta è come si sono pronunciati sul tema dell’applicazione del nuovo articolo 18: secondo i giudici infatti le nuove regole valgono anche gli statali.

In poche parola per i giudici della Cassazione ai dipendenti pubblici assunti dopo il 7 marzo 2015 si applicano le tutele crescenti che non prevede la reintegrazione del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato (es. giustificato motivo oggettivo) tranne nei casi in cui c’è “l’insussistenza del fatto materiale contestato”.

Quando entrarono in vigore le tutele crescenti ci fu un ampio dibattito e nessuno riusci a dare una risposta chiara alla domanda ripresa nel titolo: le tutele crescenti valgono anche per il pubblico impiego? Effettivamente nel decreto attuativo non si parla mai del “campo di applicazione” perché secondo molti esponenti del Governo il Jobs Act riguarda solo il privato.

Quando emerso allora è stato anche confermato dalle parole di Marianna Madia, Ministro della Pubblica Amministrazione, che dopo la sentenza del 26 novembre ha subito ribattuto che c’è stata una lettura parziale della sentenza, “il nuovo articolo 18 non vale nel pubblico e questo sarà chiarito nel testo unico del settore”.

Ad oggi però le parole della Madia rimangono senza fondamenti e la sentenza della Corte di Cassazione apre un importante interrogativo a cui dare risposta, anche perché il tema potrebbe interessare la Corte Costituzione relativamente alla disparità di trattamento tra pubblico e privato.

Dopo aver tanto parlato del Jobs Act scendiamo nei particolari di uno dei provvedimenti più discussi, il contratto a tutele crescenti.

La versione definitiva contiene delle novità rispetto a quelle pubblicate nei scorsi mesi e secondo il Ministero del Lavoro entrerà in vigore il 1 marzo 2015. Solo dopo pochi mesi prenderà invece il via la NASpI, la nuova indennità di disoccupazione sempre compresa nel Jobs Act.

Cos’è? Il contratto a tutele crescenti non è altro che un contratto a tempo indeterminato nel quale al posto del reintegro nel posto di lavoro è previsto un risarcimento economico che aumenta sulla base dell’anzianità. Nulla cambia rispetto al passato, le modalità e il format di assunzione restano le stesse e le nuove tutele sono applicate a tutti i neo assunti, compresi i dipendenti pubblici, a partire dal 7 marzo 2015. Per chi ha già un contratto a tempo indeterminato, le nuove disposizioni descritte in questo post non dovranno essere prese in considerazione.

Una delle novità di questa versione definitiva è che sarà applicato questo nuovo contratto anche per le conversioni di un tempo determinato o apprendistato a indeterminato.

Cosa accade in caso di licenziamento economico? Mentre prima dell’entrata in vigore del Jobs Act in caso di caso di licenziamento economico ingiustificato, come per esempio ristrutturazione o crisi aziendale, era previsto il reintegro secondo l’articolo 18, ora secondo la legge c’è solo un risarcimento di due mensilità dell’ultima retribuzione per ogni anno di anzianità, fino ad un massimo di 24. Se si tratta di piccole aziende, cioè con meno di 50 dipendenti, l’indennità cala ad una mensilità per ogni anno di servizio con un minimo di 2 è un massimo di 6.

È prevista in caso di licenziamento da un contratto a tutele crescenti anche una conciliazione standard, cioè il datore di lavoro può offrire senza ricorre al giudice una somma esentasse pari a un mese di retribuzione per ogni anno di lavoro fino ad un massimo di 18. Per evitare i licenziamenti a pochi mesi dall’assunzione è prevista un’indennità minima di 4 mesi. 

Quando c’è il reintegro? In due casi, quando viene accertata “l’insussistenza del fatto materiale contestato” e nel caso venga riconosciuto il licenziamento per motivi discriminatori. In quest’ultimo caso al lavoratore spetta il reintegro è un risarcimento minimo di 5 mensilità. La novità è che il lavoratore può decidere se tornare al lavoro o ottenere un’indennità di 15 mensilità.

Al link di seguito si trova la versione definitiva della legge 183/2014.

[Aggiornamento del 19/06/2017] Visti i numerosi cambiamenti degli ultimi anni, sul blog abbiamo pubblicato un quadro chiaro delle sanzioni al datore di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, con e senza Jobs Act e dopo la riforma della pubblica amministrazione.


[Aggiornamento del 03/12/2015] Una sentenza della Corte di Cassazione ha riaperto una questione mai chiusa: le tutele crescenti valgono anche nel pubblico impiego?